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«Cos'è, in realtà, la
povertà? Una costruzione dello spirito, un concetto, un
vocabolo? Uno stile di vita, la manifestazione di una mancanza,
una forma di sofferenza? Si contrappone alla miseria o ne è
un sinonimo? Rappresenta un limite arbitrario stabilito dagli
esperti per distinguere i poveri dai non poveri o, ancora, è
una delle frontiere che separano i comuni mortali dai santi?»
Sono gli interrogativi ai quali Rahnema tenta di dare una risposta,
raccontando diversi casi esemplari, dagli Amerindi del Canada
ai «domiciliati sui marciapiedi» di Calcutta. E lo
fa in prima persona, con le riflessioni di chi ha «toccato
con mano» i risultati, spesso ambigui, dei molti programmi
di sviluppo per il Terzo Mondo. Non offre facili ricette, ma invita
il lettore a riconsiderare gli attuali stili di vita alla ricerca
del vero significato del termine «povertà»,
profondamente diverso dalla parola «miseria» fabbricata
dalla scintillante, quanto feroce, macchina del consumismo globale.
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L'immagine che abbiamo degli animali, sia
sottoponendoli nei laboratori specializzati a esperimenti che
spesso somigliano a torture, sia studiandoli nel loro ambiente
naturale nel modo più discreto possibile, è molto
cambiata negli ultimi anni.
La Despret ci dimostra con un'infinità di esempi come
le pecore, i maiali, i corvi, i topi, i pappagalli, i cani, le
scimmie possano trasformare i ricercatori, facendoli diventare
più intelligenti, inducendoli a porre loro le domande giuste.
Sono proprio queste domande giuste a trasformare gli animali,
scoprendone un'inattesa dimensione culturale. Loro e nostra. Così
la scimmia, posta da Freud e Darwin alle origini della nostra
specie, diventa assai più interessante quando viene studiata
dal naturalista anarchico Pëtr Kropotkin.
E che cosa avviene quando le pratiche degli etologi cambiano
con l'avvento delle donne nella ricerca sul campo? E che dire
delle questioni filosofiche e politiche poste dalle nuove acquisizioni
scientifiche e dai movimenti animalisti? - pp. 232 |
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Nel suo libro sostiene che l'acqua minerale
può essere meno sicura dell'acqua di rubinetto. Da che
cosa nasce questa sua idea?
Non c'è alcun mistero.
Esistono due normative, una per ogni tipo di acqua.
Il problema è che esistono due pesi e due misure: parametri
più restrittivi per l'acqua di rubinetto e parametri più
generosi per la minerale. Incominciamo dal numero dei parametri
presi in esame: sono 200 per gli acquedotti e soltanto 48 per
l'acqua minerale.
Possiamo avere un limite per i sali nell'acqua di rubinetto e
nessun limite per l'acqua minerale. La concentrazione massima
di arsenico nella minerale può essere di 50 microgrammi/litro
(ma fino al 2001 poteva arrivare a 200!), mentre se si beve dal
rubinetto il limite è di 10 microgrammi/litro, così
come raccomandato dall'Oms sin dal 1993.
Come mai esistono queste differenze?
Le differenze ci sono perché l'acqua minerale è
passata dalle farmacie agli scaffali dei supermercati e ha molto
spesso sostituito l'acqua potabile senza che ci fosse un aggiornamento
della normativa che tenesse conto del massiccio e anche eccessivo
consumo di acqua minerale.
Ricordo che siamo i primi "bevitori" al mondo con
172 litri pro capite in un anno e una spesa media per famiglia
di 260 euro. Ma l'acqua minerale non si può bere costantemente
e in sostituzione dell'acqua di rubinetto.
Perché?
Per la ragione molto semplice: l'acqua minerale non è acqua
"potabile", ma è un acqua terapeutica con indicazioni
e controindicazioni che, però, non ci sono sull'etichetta.
In questo periodo molte pubblicità sottolineano che la
tale marca "è povera di sodio", ma se al contrario
la concentrazione di questo sale è alta, non c'è
l'obbligo di indicare che non è adatta per chi soffre di
malattie cardiovascolari. Per non parlare dei nitrati…
Anche l'acqua minerale può avere i nitrati?
Sì, a volte in quantità superiore a quanto ne possiamo
trovare se beviamo dal rubinetto. Ma non è questo il punto.
La legge dice che se un'acqua contiene fino a 10 milligrammi/litro
di nitrati il produttore può scrivere in etichetta che
è "particolarmente adatta per la prima infanzia".
Ma se quel limite viene superato non è previsto l'obbligo
di indicare che può far male o è nociva perché
può causare la blue baby.
Allora le etichette non dicono tutto?
Le etichette non sono limpide. Ci sono poche informazioni, per
esempio manca del tutto l'elenco di 19 sostanze tossiche che devono
essere tenute sottocontrollo. Chi acquista un'acqua minerale non
è in grado di valutare se può bere quel tipo di
acqua in relazione al suo stato di salute.
Perché nessuno interviene?
Non è facile intervenire in questo. Il settore è
fortissimo: nel 2002 ha fatturato 5.500 miliardi di vecchie lire.
La lobby dei produttori ha sempre cercato di evitare che fosse
applicata una normativa che li penalizzasse. Almeno fino al 2001…
E che cosa è successo nel 2001?
A seguito dell'apertura di una procedura d'infrazione comunitaria,
l'Italia ha dovuto giocoforza modificare la normativa e ha introdotto
dei parametri più severi per alcuni inquinanti, che ha
messo nei guai i produttori.
Le inchieste della magistratura si riferiscono a questi parametri
ignorati?
Sì, in particolare a sei parametri relativi a sostanze
chimiche organiche (idrocarburi, fenoli e altro) che non possono
più esserci neppure in traccia nell'acqua imbottigliata.
In questo momento ci sono 15 procure della repubblica che indagano
e il ministero della Salute ha rilevato che ci sono 211 marche
fuorilegge. I produttori hanno 60 giorni di tempo per mettersi
in regola.
Intanto è in arrivo una nuova direttiva europea…
L'Italia deve applicare la direttiva 40 del 2003 a partire dal
1° gennaio 2004. L'etichetta diventa un po' più trasparente
e le sostanze indesiderabili o tossiche avranno limiti più
severi e più vicini a quelli applicati per l'acqua di rubinetto.
Ma la direttiva fa qualche regalo ai produttori che per il nichel
e il boro avranno tempo di adeguarsi fino al 2008.
Insomma, meglio bere dal rubinetto?
Direi di sì. Ma anche sul fronte degli acquedotti c'è
molto da fare. Grazie a una normativa più severa, che entrerà
in vigore dal 1° gennaio 2004, potremo pretendere di avere
acqua di ottima qualità e senza odore di cloro al rubinetto
di casa. |
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Nella nostra società troppo spesso
la parola ha il valore di una falsa comunicazione per imporre
prodotti, potere e politica. Oggi le parole non bastano più,
talvolta ingannano, inquietano, disorientano.
Angela Lano in questo suo libro ci presenta uomini che invece
hanno un'idea diversa della parola. Tredici storie di vite
straordinarie e pensieri che arrivano diritti al cuore e alla
mente e appassionano, contaminano, lanciano stimoli alla nostra
coscienza:
- Luigi Bettazzi - Arturo Paoli
- Rita Borsellino - Marco Paolini
- Gian Carlo Caselli - Manuela Sadun Paggi
- Giulietto Chiesa - Alessandro Santoro
- Luigi Ciotti - Teresa Sarti Strada
- Francesco Gesualdi - Alex Zanotelli
- Moni Ovadia
Uomini e donne che hanno "buttato" la loro vita per
il genere umano smarrito, perduto, che hanno ridato alla parola
il suo valore di salvezza.
- pp. 256 - edizione cartonata |
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Avvincente come un romanzo giallo. Invece è storia
vera, ricostruita da Diego Colombo, giornalista del «Corriere
della Sera» su documenti dell’epoca.
È il
10 luglio 1976: una nube tossica si sprigiona per un guasto a
un reattore di un’industria chimica a pochi chilometri
da Milano.
A Seveso, Meda, Cesano Maderno e Desio le piante ingialliscono,
gli animali muoiono, sui volti e sulle braccia dei bambini compaiono
vistose macchie rossastre. È diossina.
Si scatena l’inferno
per 100 mila persone, costrette a fare i conti con un killer
invisibile e spietato. Più di duecento famiglie devono
abbandonare le loro case, un centinaio di donne ricorrono all’aborto
per paura di generare mostri, decine di migliaia di uomini, donne
e bambini vivono con il terrore di morire da un momento all’altro.
Così per mesi e mesi.
A trent’anni di distanza, questo libro ripercorre la vicenda
del disastro di Seveso, per non dimenticare il più grave
danno ambientale avvenuto in Italia e le sue tante vittime. pp.
280 |
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«Il piú solitario di tutti noi, Beppe Fenoglio, riuscí a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno piú se lo aspettava, Una questione privata». Quando Italo Calvino scrive queste righe è il 1965, Fenoglio è morto due anni prima, a quarant'anni, dopo aver pubblicato tre libri: I ventitre giorni della città di Alba, La malora, Primavera di bellezza. Ma il destino un po' beffardo di essere un autore piú che altro postumo non è l'unico interesse di una vita cosí insolita nel mondo delle lettere italiane.
Beppe Fenoglio nacque ad Alba, nel Piemonte piú profondo e vero, nell'anno della Marcia su Roma, il 1922. Era figlio di un macellaio del centro storico, frequentò il glorioso liceo classico della città perché un maestro elementare ne intuí le doti e sua madre gli credette. Scoprí cosí la letteratura, il teatro, la poesia, soprattutto quella degli autori di lingua inglese, e cominciò presto a creare un mondo immaginario in cui l'amore per la sua terra, le Langhe, si alimentava del fascino per culture e luoghi lontani, nel tempo e nello spazio.
Arrivò la guerra, che lo strappò agli studi e gli cambiò la vita. Prima militare (fu allievo ufficiale del regio esercito), poi partigiano, visse fino in fondo l'avventura della nascita della nuova Italia. Tornò alla vita civile con l'unico desiderio di dedicarsi alla scrittura, ma, dovendo trovare un lavoro, finí in una cantina di Alba che produceva vermouth e spumanti. E poi, all'inizio degli anni Cinquanta, il manoscritto di un suo romanzo approda all'Einaudi, sulla scrivania di Italo Calvino. pp. 290 |
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